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S. COLOMBANO S. Colombano, in alta Valtrompia, appare improvviso, grumo di case attorno alla sua chiesa che si staglia contro il cielo, alla fine del rettilineo che sembra sbatterti contro la montagna da dove nasce il Mella che rumoreggia vicino. Invece svolti secco a sinistra ed entri in piazza S. Barbara, luogo sacro alla memoria, con la cappella, il ricordo dei minatori, il monumento davanti al cimitero ai caduti di una terra di alpini. Gli alpini: ne trovi segno dovunque. C’è sempre qualche tricolore ai balconi. La bella parrocchiale, dedicata come il paese al Santo fondatore del monastero di Bobbio, che quassù, incrocio di via romana, mandò i suoi monaci, splende dipinta a nuovo e loro hanno dato una mano. La piazzetta davanti all’ingresso è opera loro. Sul vialetto che vi si diparte, un poco discosto ti guarda Don Giovita scolpito nel marmo con la dedica dei suoi alpini ai quali predicava in dialetto, “ vulif bè” (vogliatevi bene). Loro lo hanno sempre ascoltato. Anzi lo fanno da 85 anni, da quando il loro gruppo, uno dei primi in Valle venne fondato: una storia intarsiata dal filo rosso del sangue versato in guerra o in miniera , con lo stesso colore di quello dell’amore, della generosità di tanti gesti per la loro comunità. Quando la strada comincia ad inerpicarsi verso il Maniva trovi la chiesetta dimessa e restaurata a servizio civile ed è la loro sede. Sull’ultimo tornante all’uscita del paese, ti guarda la cappella dedicata alla Madonna che lo salvò dall’alluvione: ai suoi piedi c’è il cappello alpino nel marmo, che ricorda i lavori di restauro ed abbellimento recenti. Se vai lì per un’Ave Maria e giri lo sguardo, S. Colombano si stende sotto, indorato d’estate dal primo sole del mattino a far lucente il rosso dei coppi e il verde colorato di fiori bagnati dalla rugiada, e l’inverno a farlo coperto di diamanti dopo la neve cristallina della notte. Sali al passo e su, attaccata al Dosso Alto, è una apparizione la nuova chiesetta alpina dedicata alla Madonna delle tre Valli , incastonata nella montagna con la sua campanina che brilla alta nella nitida luce spazzata dal vento. Dietro, il sacrario con le lapidi recuperate dalla vecchia Madonnina della Neve al Bonardi col nome degli alpini caduti nella Grande Guerra che lassù aveva fronte e trincee. L’occhio corre sul crinale e svetta la grande croce , voluta a suo tempo e restaurata dagli Alpini a ricordo dei caduti che non hanno avuto quel segno cristiano delle fede avita, succhiata da bambini dal latte materno, nutrita dalla devozione dei padri. E se il giorno sacro dei Morti passi in piazza S. Barbara, trovi il loro falò acceso davanti al Camposanto col cancello spalancato perché “chi è andato avanti” deve uscire a scaldarsi ed a raccontare di bufere e tragedie, del Guèra che con l’ultimo colpo a disposizione inchiodò col suo cannone alzo zero il carro armato russo che risaliva a Nikolajewka a fermare l’eroico assalto della Tridentina, sempre gli alpini, verso la salvezza per tutti… la sua medaglia d’argento sul campo… Lavoro, sacrificio, fede, solidarietà, memoria ed amore ma anche il carattere duro della roccia: questo è S. Colombano.
Tavelli Guerino e Nicolini Emanuele Rambaldini Giovanni
Zanini Bortolo
PANORAMA DI S. COLOMBANO
El’ Guèra Dalla sacca del Don verso Nikolajewka , gennaio 1943. Nella tormenta, la pista di neve e ghiaccio che volge a ovest, è gremita di battaglioni di alpini della Tridentina, onda lenta scura su uno spazio bianco senza orizzonte, che avanza a fatica: a lato tutto quello che è stato bloccato, tutti quelli che si sono fermati per sempre, come i loro affetti, speranze e sogni. Hanno lasciato i ripari, interrati e coperti dalla neve, pazientemente scavati davanti al fiume gelato, buoni e sicuri contro il gran freddo, con troppo ritardo, per un ordine maledetto di Hiltler con obbedisco di Mussolini che li sacrificava per salvare le armate tedesche in ritirata. Nella fila infinita tra automezzi e muli, uno di questi traina il pezzo, un cannone 75/13. Lo affiancano due compaesani di S. Colombano: Guerrino Tavelli (Guèra) a sinistra e Emanuele Nicolini a destra della bestia. La temperatura è a –40. Bisogna andare, coi compagni che cadono attorno colpiti dal fuoco dei partigiani russi o dal gelo. Improvviso il fischio lacerante dell’obice in arrivo: “Chiniamo la testa -racconta il Guerra, artigliere scelto e puntatore – e l’obice ha centrato il mulo. Occorreva fortuna. Un’altra volta un proiettile ci è caduto vicino alle munizioni, accanto al pezzo, a due passi e non è esploso. E ‘slittato via sul ghiaccio verso l’altro cannone e non è esploso… Siamo tornati tutti e due io e l’Emanuele dei Merolì . Ma qualche giorno prima un colpo aveva centrato le munizioni: tutti i serventi sono saltati per aria, ed io mi sono salvato, è il destino…” ed indica il segno delle due ferite di scheggia alla gola ed al viso che riuscirà a curare una volta fuori dalla buriana. *** Quando raccontava era un fiume in piena il “ Guèra “, classe 1919, 11° Battaglione Artiglieria della Tridentina, seduto al caldo della stufa (come in un’isba …) sessanta anni dopo, nella sua bella casa in Bocafòl , un chilometro dopo la frana, caduta a novembre di due anni prima isolando per alcuni giorni la località da San Colombano e che per un pezzo si è superata sulla provvisoria strada sterrata fatta dal genio Civile. “Dovevo vedere anche questa…” mormora. E’ uscito quando ha sentito il “tum-tum” che non conosceva di una vecchia moto quattro tempi arrivare. “ Mi sembrava il Falcone della Guzzi…“ Prima di entrare, su nel prato coperto di neve, noti il capanno di caccia, sul dosso al limitare del bosco sovrastante, conservato per ricordo ormai. Ha smesso di “puntare” i tordi dopo gli ottanta, anche perché le regole poco si capivano, sia nella lettera come nello spirito: che caccia era senza “frànguen e montà” dopo che li aveva aspettati al passo per sessant’anni? Con lui c’è, attenta, la sua Virginia che gli ha dato due maschi (Raffaele e Federico ed una femmina, Lore), Rambaldini (dei Masnì): la morosa dei pochi giorni di licenza, furtivi che passavano troppo presto, in cinque anni, tra una campagna al fronte e l’altra, ma subito sposata il 2 febbraio del 46 dopo quattro mesi dal suo ritorno dalla prigionia. Se l’era sorbita tutta, la guerra: quella brevissima con la batteria di cannoni al Piccolo S. Bernardo (giugno 1940) contro la Francia, si obbediva ma sembrava un sleale tradimento. Poi in Albania, in Russia e Nikolajewka, l’epopea con 11 combattimenti, il ritorno in Italia, la sosta a Verona “Dovevano lavarci e spidocchiarci e poi trovavi il ferroviere che ti faceva pagare il tram da Brescia a Tavernole…” Sorride ricordando che tornato da Nikolajewka, con tutta la compagnia andò a Monfalcone: c’erano i primi scioperi del 43. Gli operai quando avevano visto sparire le camice nere ed arrivare gli alpini avevano ripreso a lavorare. L’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio con gli Alleati era a Vipiteno: viene fatto prigioniero e inviato al campo di concentramento ai confini della Polonia prima dai tedeschi e poi dai Russi avanzanti e inviato a Slus dove rimane fino all’Ottobre del 45: “Solo lì mi hanno finalmente operato togliendo la scheggia, ricordo del Don, che faceva infezione rimasta nel collo: lo fece un chirurgo portoghese, senza anestesia con otto alpini che mi tenevano fermo”
*** “Eravamo quattro fratelli Giacomo classe 1915, io del 19, Vittorio del 20 e Costantino del 23 (prima di tutti una sorella Adele del 1913) , tutti in guerra e tutti tornati.” “Con un po’ di fortuna- ripete Tavelli- pensa che uno si è ritrovato all’ospedale in Sardegna curato per la malaria da un medico americano Tavelli di nome, originario di Collio, il mondo è proprio piccolo.“ Ma ritorna al tram,non gli và giù: “Quando nell’ottobre del 45 io ed altri arrivammo a Brescia, prendemmo il tram per Tavernole ed il controllore ci chiese il biglietto”. Sul tram le prime notizie da casa dopo 2 anni sapute dalle cugine del commilitone Gianni Edalini. Il Guèra non aveva più saputo niente dei suoi dall’8 settembre del 43, più di due anni. Poi ha fatto l’autista e nei ritagli di tempo come tanti il contadino, aiutato dalla Virginia col prato, le mucche: è andato in pensione nel 79 . E’ sempre alto e dritto ed intanto che parla prepara personalmente come sempre la sua pasta asciutta,condita con sottili pezzettini di lardo fritti. La Virginia brontola ma se lui mangia la minestra sta male tutta notte. **** Quanti ricordi . E’ stato anche un forte fondista con gli sci: nel 1950 ad una gara diede il via il Vescovo Giacinto Tredici portato a S. Colombano da Don Giulio Schivalocchi, il cappellano degli alpini che, parroco a S. Giuseppe in Brescia, ha lasciato prima di morire il ricordo della nuova chiesetta alla Madonna delle Tre Valli al Passo del Maniva. E’ stata inaugurata il 15 giugno del 2003: il giorno del compleanno, felice coincidenza, degli 84 del Guèra. E’ un continuo viaggio a ritroso nel tempo: i metri di neve a S. Colombano, la vocazione di autista che forse le era venuta (e ride) spingendo in su le slitte cariche per le strade di S. Colombano, poi usate per pazze discese e si ruppe anche una gamba rimessa assieme dal dottore del paese. Ma per l’alpino che è stato nella sacca del Don il pensiero è sempre lì: minimizza la breve campagna di Francia, due minuti per quella brutta guerra in Albania ( mai visti comunque scarponi di cartone), tutto il tempo per la Russia. La tradotta è partita da Torino nel maggio del 42: lo accompagnò a Brescia con tutta la famiglia il padre Giacomo, i saluti, e poi sul Don. “Con la Tridentina andavamo a dar man forte a quelli della Julia” Con me c’erano i compaesani Gianni Edalini, Lorenzo Bruni, Costantino Gerardini, Emanuele Nicolini, gente che conoscevo della valle come Emilio Franceschetti di Gardone VT…” Poi la ritirata con undici combattimenti durante il quale si merita la medaglia d’argento. Si fa silenzio nella calda cucina, anche la Virginia sta immobile dopo aver messo un pezzo di legna secca e nodosa nella stufa, perché è autunno e si sente. ”Eravamo rimasti in tre su nove serventi al cannone: dovevo puntare e sparare. Veniva avanti un carro col cannone dritto verso di noi, ci era quasi addosso quando l’ho centrato..” Riprende da capo. “A Nikolajewka il 26 gennaio ero bloccato in fondo alla discesa che portava al terrapieno e sotto passo della ferrovia, senza muli, solo in tre, riparati dietro il cannone, uno dei pochi rimasti ma senza munizioni Finalmente arriva il generale Reverberi (Gazòsa, per i suoi alpini), arrivano le munizioni coi pochi muli che erano rimasti indietro.. Vedevamo nella piana un capannone con viavai sospetto. ”Puntatore, spara su quel capannone! “. Sono pronto: in quell’attimo sulla piazza antistante passa un carro russo. Il pericolo è grosso, si può bloccare la via della salvezza, basta un niente per capovolgere la sorte disperata. ”Alpino spara !” Da solo ripunto il nuovo bersaglio che avanza minaccioso, lo centro. Non tiriamo più sul capannone: passano i nostri, c’erano cinquecento alpini prigionieri” . Chiude gli occhi : “… Il comandante Capitano Signorini, quando ci ha contato, una dozzina rimasti su cento della compagnia, è morto dal dolore. Quando siamo arrivati a Udine avevo ancora la stessa divisa di quando ero partito. Son tornato in Russia da prigioniero. L’otto settembre eravamo a Vipiteno, senza ordini: siamo stati fatti prigionieri dai tedeschi ed inviati al confine della Polonia. Più fortunato di tanti altri, coi miei amici aiutavamo i contadini: ne ho un buon ricordo, soprattutto delle donne, ci facevano mangiare con loro. Poi i Russi coi tedeschi che scappano: ci rifugiamo in un bosco e ci fa prigionieri una pattuglia a cavallo comandata da una donna: ci salviamo perché alpini italiani. Lei, i tedeschi, li faceva fuori sul posto… “ La medaglia d’argento è arrivata nel 48, in comune, dove il padre Giacomo era vice-sindaco. Stacca il semplice quadretto dal muro. Il decreto, porta la data del 25 febbraio 1947 e (sta scritto) “…ha sanzionato la concessione sul campo della medaglia d’argento al valor militare con l’annesso soprassoldo di lire 750 annue all’artigliere scelto, 2° artiglieria alpina Tavelli Guerrino di Giacomo da Collio (Brescia). Senza leggere ne recita rizzandosi quasi sull’attenti la motivazione “Puntatore di pezzo ardito, in gara di ardimento con un altro servente col suo preciso tiro, metteva fuori combattimento un pezzo anticarro nemico vicinissimo, nonostante forte reazione di fuoco avversaria che produceva gravi perdite tra i suoi serventi. Nikolajewka (Russia) 26 gennaio 1943” Poi i suoi alpini di S.Colombano: ne è stato il capogruppo per tanti anni, lasciandovi un pezzo della sua vita. Non perde l’occasione per un ammonimento: “Brutti momenti, con la gente che ammazza per niente…troppa libertà ed egoismo, non sanno che cosa vuol dire fame e guerra, che bene prezioso è la libertà e la pace…” *** Gli piaceva ricordare che era stato fondato nel 1924, come testimoniano scritti e documenti firmati da Faustino Rambaldini (Vèm ) classe 1861 il più “vècio” tra i fondatori e capogruppo perché a quei tempi il rispetto per l’età era sacro. Ed ora, nella sede c’è la prova inconfutabile: il primo registro con nomi e cognomi e quote versate, con data 1924 accanto, finito a Pezzaze al gruppo locale chissà come per risparmiare carta nelle registrazioni con precisa calligrafia. L’ha restituito a S. Colombano l’indimenticato Pierino Gabrieli, capogruppo a Pezzaze, poco prima di “andare avanti”. Per la storia quello di Collio verrà fondato sette anni più tardi. Con lettera circolare in data 01.01.1931 il capogruppo di S. Colombano Giovanni Cantoni, dei Fornér, informa tutti che la quota annua è fissata in lire 7 da pagare sollecitamente e che il socio Giovanni Ghidoni del Vàc è stato comandato dalla Sezione di Brescia a fondare “per obbedienza” il gruppo di Collio, ma poi “tornerà tra le nostre file” perché non succeda che il gruppo vada sotto il numero necessario di 10 soci e sia assorbito da quello del capoluogo facendo ridere tutti . Guerino Tavelli se n’è andato all’improvviso, quando già pensava coi suoi alpini ai festeggiamenti per l’80° del gruppo di S. Colombano. E’andato avanti in una bella giornata di maggio, il 12, del 2004, il mese dopo sarebbero stati 95. Aveva sempre guidato la sua jeep da Bocafòl al paese : lo vedevi a Messa, non mancava a nessun funerale o cerimonia. Ultimamente si muoveva di meno, diceva di non sentirsi più sicuro sulle gambe . Era lì in piedi nella sua bella casa : si è accasciato di schianto, come succede improvviso al vecchio pino nel bosco, davanti alla sua Virginia, 58 anni assieme, dal due febbraio del 46. Poi è stata una processione di tanta gente, di tante penne nere alla sua casa come al funerale, il sabato, del loro capogruppo: la bara col cappello e il tricolore, la preghiera dell’ alpino, il “Silenzio” della tromba, labari e gagliardetti al cielo, l’eterno riposo nel piccolo cimitero dell’amato paese, in terra, come in tutti quelli delle penne nere nel mondo. Edmondo Bertussi
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